Fame famelica – un racconto

Si era seduto su un divanetto che stava vicino alle porte aperte del balcone.

Da li poteva sentire l’aria che entrava fresca ed inodore da fuori. Sentiva la camicia muoversi con l’aria e capiva che il sudore che la bagnava si sarebbe asciugato in fretta.  Guardava tutte quelle persone divertite li dentro dal basso che poi il fatto di stare lui seduto, su un altro piano di altezza e loro li alti a parlare, lo faceva sentire una persona migliore.

Aveva raccolto insieme le mani e aspettava che fosse ora di finire.

Pensava a quello che lei gli aveva detto poco prima quando lui, impaziente di andare via, le aveva chiesto “Possiamo andare adesso no?” e lei divertita e ubriaca avevo risposto “So che puoi smettere di essere come sei” .

Si alzò e bevve due bicchieri di vino tutti d’un sorso, uno dopo l’altro. Salutò con la mano lei, e prese l’uscita  attraversando l’atrio e odiando sempre di più quelle facce sconosciute.

Ma dopotutto perché?

Sapeva che era ingiusto pensare una cosa così stupida.

Ma intanto era già uscito e stava tornando a casa a piedi.

Così, camminando velocissimo come se stesse navigando con le gambe sui marciapiedi senza mica fare un passo dopo l’altro, pensava all’universo e a quanto sarebbe stato felice di accendere la televisione arrivato a casa e di vedere un documentario sull’universo e sui buchi neri per esempio.

Pensava anche a quello che era rimasto nel frigorifero, avrebbe voluto mangiare con foga.

Pensava poi a quei ponti immensi che vedi in autostrada, quelli sospesi tra le montagne, quelle megastrutture una sopra l’altra che sono talmente grandi da far pensare “ma com’è mai possibile che delle persone possano aver costruito una cosa di quella taglia, cose così complicate?”.  Quello era un pensiero alienante, come le stelle per Pirandello si diceva.

Arrivò a casa, aprì il frigorifero e trovò un pezzo di formaggio pecorino, impachettato in una busta di plastica che aderiva perfettamente alla forma che tagliò col coltello.

E così lo teneva in mano e prese anche un pezzo di pane. Accese la televisione con le mani sporche di unto e di briciole.

C’era un documentario sull’alfabetizzazione nel dopo guerra.

Andava molto bene pensò.

Essere così euforico, euforico senza motivo si capisce,  gli fece venire voglia di bere qualcosa di alcolico proprio perché era già brillo e pieno di idee e allora prese il vino rosso che era rimasto aperto nel frigorifero e si riempì il bicchiere e guardò il documentario, con il volume basso. Guardava i volti di quelle persone che poi erano ragazzini giovani che sembravano proprio vecchi e che parlavano un cattivo italiano.

Poi guardò il formaggio, che era un formaggio mediamente stagionato.

Lo stava finendo, e vedeva l’impronta dei suoi denti ben definita sul pezzo mancante che aveva appena mangiato.

Lo avvicinò al viso e vide che i denti di sotto erano più storti dei denti di sopra che sembravano bene allineati. Il formaggio gli faceva tornare in mente idee familiari e mai pericolose.

Così, stanco, si lavò i denti e si distese. Ci mise poco ad addormentarsi con il formaggio che galleggiava morbido nello stomaco e che con il vino creava una naturale acidità che amara saliva in gola.

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